Breve saggio su "La Green Economy"

Il sistema economico attuale ha raggiunto un livello di complessità tale che le teorie moderne faticano nel riuscire ad interpretare i fenomeni e a prevederne l’evoluzione per i prossimi anni. L’economia ha dimostrato di non potersi porre come scienza esatta già nella seconda metà degli anni sessanta quando non è riuscita a spiegare la contemporanea presenza di stagnazione (mancanza di crescita) e inflazione (aumento dei prezzi) con le teorie keynesiane, che fino ad allora venivano utilizzate dagli Stati e dalle Banche Centrali per la programmazione economica. Secondo queste teorie ci si sarebbe dovuti attendere un aumento dei guadagni, legato ad un aumento dei prezzi, ma i guadagni scendevano e solo dopo diversi anni è stato possibile risalire alle cause del fenomeno, individuate nei monopoli. Le teorie erano sbagliate o almeno non erano adatte per quel sistema economico. Quando gli economisti si trovano in crisi con le loro teorie, prospettano nuovi programmi di investimento passando sia per la risoluzione del problema, ad esempio prospettando un aumento della liquidità, sià attraverso l’apertura di nuovi mercati. Negli ultimi anni i problemi ambientali del riscaldamento globale e del cambiamento climatico hanno posto in primo piano la salvaguardia dell’ecosistema naturale minacciato dalle attività umane che inesorabilmente hanno portato al depauperamento delle riserve naturali da un lato e all’immissione di un quantitativo enorme di gas serra in atmosfera dall’altro. I maggiori responsabili della crisi ambientale sono sicuramente i combustibili fossili e l’utilizzo che se ne fa, infatti oggi qualunque attività è legata all’utilizzo di questi e se solo pensiamo che il prezzo del petrolio traina il prezzo di tutti gli altri prodotti possiamo dire che in economia regna la “black economy”. L’economia verde, che si è ritagliata una piccola fetta di mercato grazie anche alle politiche economiche di alcuni Paesi, sta rappresentando un’alternativa ai vecchi sistemi produttivi ad impatto ambientale elevato e allo stesso tempo una via d’uscita dalla crisi finanziaria che ha visto un aumento dell’inflazione e la crisi del sistema bancario occidentale. La potenza delle economie verdi è che non si limitano soltando all’utilizzo delle fonti di energia rinnovabili ma passano per la salvaguardia del territorio, nell’ottica della promozione turistica e culturale, per la minimizzazione dell’impatto ambientale del sistema dei trasporti, delle costuzioni e dell’industria agro-alimentare intesa come gestione delle risorse agricole, alimentari e dell’acqua. Questo viraggio verso le cosiddette economie verdi non può giustificarsi soltanto con un’improvvisa sensibilizzazione verso i temi ambientali da parte dei grandi investitori, ma anche con il fatto che si aprono nuove prospettive di guadagno in un settore in piena crescita come quello delle energie rinnovabili. In economia è difficile fare delle previsioni esatte e riuscire a stabilire delle leggi che riescano a predire il futuro di un sistema globale complesso, come quello in cui viviamo, rappresentato da un paradosso, al quale spesso ci riferiamo come crisi economica globale. In realtà a livello globale stiamo assistendo ad un crescita del sistema produttivo, ma l’economia di alcuni Statièentrata in recessione a causa dell’aumento dei prezzi e della tristemente nota questione dei mutui subprime. Attualmente, oltre che sul nome da dare alla crisi, o recessione, o inflazione importata, si dibatte sulle previsioni per il futuro del nostro pianeta e finalmente non lo si fa più in termini meramente economici ma sta prendendo piede un tipo di programmazione economica sempre più mirata alla minimizzazione dell’impatto ambientale e alla conservazione, rivalutazione e salvaguarda delle risorse e delle bellezze naturali. L’economia però non bada a morali e non bada a salute e bellezza del pianeta almeno fino a quando non inizi ad intendersi come guadagni. “Primum lucrari”, questo il primo comandamento dell’economia che spiega come possa diventare terreno fertile per gli investitori qualunque attività che riesca a produrre guadagni e la “green economy” sembra promettere bene. Tutto fa economia, soprattutto se ci sono le sovvenzioni statali e quando l’affare inizia a farsi interessante alcune misure di economia ecologica possono iniziare a danneggiare l’ambiente stesso. Basta pensare all’avvento degli impianti eolici che rappresentano un’alternativa ai combustibili fossili ma anche una minaccia per la bellezza e l’orografia di alcuni paesaggi. Anche il movimento ambientalista, che su questi temi dovrebbe avere le idee chiare, si trova diviso sull’uso dell’eolico perchè se da una parte pensa che l’eolico possa costituire una valida fonte di energia rinnovabile, contemporaneamente lo considera rischioso per l’avifauna e per la bellezza dei territori. Lo stesso vale per l’energia nucleare, gli ambientalisti non si mettono d’accordo sui potenziali vantaggi di questo tipo di energia e se le loro posizioni sono discordanti, è facile immaginare perchè il mondo politico ed economico fa difficoltà a predisporre una programmazione di ampio consenso. Insomma l’economia verde non è frutto di rivisitazione delle leggi economiche con l’introduzione di limiti sull’impatto ambientale delle attività industriali, quanto più un nuovo mercato che produce meno danni ambientali di quelli fino ad ora prodotti. Inoltre questa nuova cultura apre dei nuovi orizzonti nel campo della ricerca e dell’industria e quindi dell’occupazione. I piccoli territori possono trarre grossi benefici dall’investimento nelle economie verdi puntando su politiche di valorizzazione delle nicchie ambientali, dei paesaggi e dei luogi storici, perchè l’economia verde non può essere intesa soltanto come costruzione di nuovo, ma anche come conservazione di antico. Comunque tutte e due le cose producono occupazione e questa è la potenzialità sociale più grande della green economy. Creazione di nuovi posti di lavoro e di nuovi mestieri. Aumento dell’occupabilità e delle opportunità di lavoro in campi che vanno dalla tutela dei beni paesaggistici, alla ricerca ingegneristica nel campo bell’energia, alla gestione pubblica e privata delle risorse. Le piccole economie locali possono trarre benefici enormi da questi nuovi tipi di investimenti ma soltanto attraverso una pianificazione oculata ed equilibrata delle azioni da intrprendere. Ed ecco che diventa importante il ruolo giocato dalla politica ai vari livelli di competenza. Non è sufficiente la programmazione di piani di intervento a livello territoriale e nazionale, ma è necessario anche un coordinamento delle azioni internazionali tese alla diffusione della cultura economica verde in maniera equilibrata ed equa. Non si può quindi parlare solo di economia e di produzione, ma diventa importante trattare il problema dell’equa distribuzione delle risorse idriche e degli alimenti e della salvuaguardia della biodiversità. Non si può quindi non parlare di pace e di fine delle guerre per l’accaparramento dei combustibili fossili. Stiamo vivendo una crescita mondiale incontrollata dove sono diventati protagonisti i paesi orientali e medio-orientali e in cui produciamo beni sufficienti al doppio della popolazione mondiale ma la metà di questa popolazione non ne usufruisce. Anche questa volta le teorie economiche di previsione non sono rassicuranti e bisognerà solo attendere l’evolversi della situazione mondiale per capire verso cosa stiamo andando. Quella attuale non è una crisi per saturazione dell’offerta, ma è una crisi derivante dall’aumento dei prezzi delle materie prime e dalla complicità degli speculatori. L’economia deve iniziare a parlare di etica, nelle equazioni economiche devono iniziare a comparire delle limitazioni al danno ambientale ed umanitario che si producono insieme al guadagno. Insomma bisogna ripensare l
’intero equilibrio mondiale mettendoci al centro il bene del pianeta e non più il benessere economico di alcuni Paesi. Potrebbe sembrare che l’economia verde abbia perso il peculiare antropocentrismo dell’economia tradizionale, ma riflettendo sui danni alla salute prodotti dallo sfruttamento imprudente dell’ambiente ci si può facilmente ricredere. Allora il tema ambientale è stato preso in considerazione soltamente perché i danni al pianeta si sono ripercossosi sulla salute umana. Non si arriverà mai ad accettare il fatto che siamo parte di questo pianeta così come ne sono parte il suolo, il mare, le piante e tutto ciò che vi è presente, a causa dell’ostentazione umana a vedersi al centro dell’universo. Quando l’equilibrio, sicuramente dinamico, tra i costituenti della nostra Terra viene alterato da uno di questi, è naturale che la stessa Terra inizi a comunicare con noi attraverso dei segnali rappresentati dal sovrariscaldamento, dall’aumento di devastanti fenomeni naturali, dalla desrtificazione e dall’aumento del livello dei mari. L’economia soffre perchè il nostro pianeta soffre, allora bisogna ripensarla in una visione più geocentrica tenendo conto che ci vorranno migliaia di anni per annullare l’influsso negativo che l’uomo ha avuto in soli due secoli. L’investimento nelle energie verdi non produce, nel breve termine, nè un abbattimento dell’impatto ambientale, nè enormi guadagni. Basta pensare a quanti processi industriali vengono posti in essere per la preparazione del cemento e dell’acciaio utilizzato nella costruzione degli impianti eolici, processi che provocano un emissione di gas, colmabile solo dopo molto tempo di attività dell’impianto finito.Inoltre le fonti rinnovabili non possono sostitutire completamente i combustibili fossili ma esservi complementari nella produzione di energia in quanto non possono essere costantemente assicurati: i flussi di vento, ad esempio, oppure l’irradiazione solare. Questo comporta comunque un mantenimento obbligato dei sistemi basati su fonti non rinnovabili per supplire alla sempre crescente richiesta di energia, che si traduce in inquinamento ambientale. A livello territoriale diventa fondamentale la collaborazione tra pubblico, privato e le comunità locali nel predisporre piani di investimento nel campo dell’economia verde e nella regolamentazione degli interventi, nel rispetto dei cosiddetti vincoli paesaggistici e dell’ambiente in generale. Il rischio è quello della colonizzazione dei piccoli territori da parte di grandi gruppi di investimento e di vedere sottostimati i rischi di impatto ambientale a favore di guadagni facili, spesso agevolati dalle sovvenzioni pubbliche. L’economia nel diventare verde costituisce una occasione per tutti i soggetti in gioco, soprattutto per gli speculatori finanziari che scommettono in un’ovvia crescita di questo settore Attori decisamente importanti di questa inversione di rotta sono i singoli cittadini e le piccole imprese, che nel loro piccolo devono contribuire allo sfruttamento delle risorse in maniera più attenta ed oculata. Il contributo che ognuno può apportare diventa rilevante soltanto quando viene sommato a quello di tanti altri, allora l’importanza risiede nel sensibilizzare la cultura di massa rispetto ai temi dell’ambiente. Questo deve essere fatto dalle istituzioni sociali, quali, prima di tutto le scuole e le famiglie. Devono essere insegnate ai giovani le abitudini virtuose della raccolta differenziata, ad esempio, e del risparmio energetico. Ogni giorno, ognuno di noi contribuisce ad aumentare i gas serra nell’atmosfera, soprattutto indirettamente. Ebbene non è soltanto con la respirazione fisiologica e con l’uso dell’automobile che si immettonogas ad effetto serra, ma anche con la scelta degli alimenti o con una banale ricerca su Google. Ognuno di noi potrebbe minimizzare l’inquinamento attraverso la scelta di alimenti meno impattanti delle carni e di provenienza locale, che non arrivino dall’altra parte del mondo causando l’emissione di inquinanti attraverso il trasporto. Queste scelte potrebbero far rivedere al settore della distribuzione e della produzione, i quantitativi di merce importata o prodotta. Anche a livello familiare si potrebbero avere effetti positivi, sia sulla salute, sia in termini strettamente economici, perchè un uso corretto delle risorse si traduce in un miglioramento della qualità ambientale, ma anche in un’ottimizzazione delle spese domestiche. La green economy è quindi una risorsa per tutti, per i Paesi industrializzati, per i Paesi poveri, per i piccoli e i grandi investitori, per gli Enti territorali e per le famiglie e può rappresentare un punto di partenza per una nuova cultura che pensi anche al futuro dell’uomo e del pianeta.

Bologna Process: il “dietro le quinte” del nostro sistema universitario compie 10 anni.

Alla base dell’attuale sistema universitario basato sul “3+2”, c’è un processo internazionale di convergenza delle riforme universitarie chiamato Processo di Bologna. L’Europa della conoscenzaè diventato obiettivo primario dell’Unione Europea nei Consigli degli ultimi dieci anni, ma esempi di cooperazione culturale nel campo dell’istruzione da parte di Paesi europei possiamo ritrovarli già nella storia antica. La novità dei nuovi programmi di cooperazione è la multilateralità, infatti prima esistevano soltanto programmi bilaterali tra due Stati o due Università. Il 25 maggio del 1998 Luigi Berlinguer firmò la Dichiarazione della Sorbona insieme ai ministri dell’istruzione di Francia, Germania eRegno Unito, primo passo verso il moderno sistema universitario, che gettò le basi peril percorso in due cicli principali, la mobilità internazionale, il sistema dei credici ECTS e per lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore (SEIS). Le conclusioni della Dichiarazione invitavano gli altri Stati a partecipare alla formazione di questo Spazio. Nel 1999, 26 Paesi raccolsero l’invito e con la sottoscrizione della Dichiarazione di Bologna si dava inizio al Processo che si poneva per obiettivo principale la costituzione dello SEIS entro il 2010 per consentire una facile mobilità tra gli Stati aderenti. Inoltre si è lavorato su un effetto “esterno” delle riforme come aumento della capacità di attrazione dell’istruzione europea nei confronti dei Paesi extra-europei e l’offerta di una base di conoscenze di alta qualità per assicurare ai cittadini europei competitività nei mercati stranieri.

È importante sottolineare che i Trattati del processo di Bologna non hanno un carattere vincolante, cioè rimane a discrezione di ogni Stato, con le proprie strutture nazionali, il recepimento delle indicazioni internazionali.

I Ministri dell’Istruzione dei paesi partecipanti si incontrano ogni due anni per valutare i risultati raggiunti, formulare ulteriori indicazioni e stabilire le priorità per il biennio successivo. Riuniti a Lovanio, nel 2009 hanno preso atto dei risultati ottenuti dal Processo di Bologna e stabilito le priorità dello SEIS per il futuro. La prossima riunione è stata fissata per il 26-27 aprile 2012 a Bucarest.

Cosa è stato fatto finora (fonte: Focus on Higher Education in Europe 2010: The Impact of the Bologna ProcessEACEA P9 Eurydice)

lStruttura in tre cicli: è in teoria completamente attuata tranne che per i corsi in medicina, architettura e ingegneria. La struttura in due cicli di 180 + 120 crediti ECTS (3+2 anni) è predominante in 17 Paesi e in altri 22 è stato applicato(voto 7);

lSistema europeo di accumulazione e trasferimento dei crediti (ECTS): adottato in quasi tutti i Paesi, sul piano formale, la velocità di sviluppo del sistema europeo di accumulazione e trasferimento dei crediti è stata incredibile (voto 9);

lSupplemento al diploma: questo stumento non è stato reso obbligatorio in tutti i Paesi e dove è stato fatto non è sfruttato a pieno (voto 5);

lQuadri nazionali delle qualifiche (EQF): pochi paesi hanno un EQF operativo al 2010 (molti prevedono di realizzarlo entro il 2012), ma i progressi registrati in questo ambito sonosignificativi (voto 7,5);

lMobilità e la portabilità degli aiuti economici per gli studenti è difficilmente valutabile per mancanza di dati. Quel che è sicuro è che i programmi di mobilità sono poco conosciuti (voto 6 politico).

La formazione di un medico “umano”

sismFormare un medico “completo” è una delle maggiori sfide delle Facoltà di Medicina. Dal 1986 ad oggi, in Italia, si sono susseguite quattro importanti riforme dei modelli didattici, non sempre al passo con gli enormi progressi della pedagogia medica. La ristrutturazione dell’educazione medica può funzionare solo se si riformano contemporaneamente tre componenti: il curriculum, le strategie di insegnamento per un efficace apprendimento e la valutazione.

  1. Per quanto riguarda il curriculum, l’Associazione delle Facoltà di Medicina Americane (AAMC) ha individuato cinque ruoli principali per il medico: “life-long learner”, clinico, insegnante/comunicatore, ricercatore e “manager”. Inoltre, il General Medical Council del Regno Unito suggerisce che dovrebbe essere posta più attenzione su problemi e concetti etici, sulle skills di comunicazione e sulle scienze sociali, anticipando il contatto dello studente con i pazienti e le loro famiglie. Di supporto a questa idea c’è la dichiarazione di D.J. Weatherall, professore di Medicina Interna all’Università di Oxford: “due anni passati in compagnia di un cadavere non sono l’introduzione più immaginativa a una professione, che più di qualsiasi altra, necessita di sviluppare le abilità di conversazione con gente malata”.
  2. Secondo Ralph W. Tyler, “l’apprendimento dipende da quello che lo studente fa, attraverso il suo comportamento attivo, non dal docente”, ma in Italia ancora si assiste ad un tipo di didattica frammentaria teacher-centered e non globale student centered. Ogni studente dovrebbe sviluppare capacità ed abilità che vanno al di là delle mere informazioni, che tra l’altro inevitabilmente diventano obsolete per la rapidità dell’evoluzione delle scienze mediche.
  3. Alfred Tenore, presidente della Commissione didattica della Facoltà di Medicina di Udine, scrive che un obiettivo principale degli educatori è “il superamento del concetto negativo di valutazione, cambiando la cultura stessa della valutazione concependola come momento informativo, che aiuta gli studenti a migliorare il proprio lavoro, con l’obiettivo non di essere migliore degli altri ma di essere oggi migliori di ieri”.

In accordo con quanto stabilito dalle leggi nazionali in materia di umanizzazione della didattica, la Facoltà di Medicina di Campobasso prevede insegnamenti di sociologia medica, bioetica e relazione medico-paziente.

Per capire l’importanza delle “medical humanities” ho intervistato Andrea Scicolone, studente di medicina a Genova e referente del SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) nel gruppo “innovazione pedagogica” della Conferenza Permanente dei Presidenti dei Corsi di Laurea in Medicina, che dice: “Una preparazione sugli aspetti bio-psico-sociali della medicina oggi è indispensabile per la formazione di un medico migliore. Un medico formato per una corretta relazione con una persona malata risulta molto più apprezzato dai pazienti, raggiunge migliori risultati terapeutici ed è minormente soggetto a contenziosi legali”.

La Scuola Medica Salernitana

smsTutti sappiamo che a Salerno nacque la prima “scuola per medici” della storia, ma è difficile immaginare cosa ci sia rimasto da poter apprezzare dopo circa un millennio. Qualche giorno fa sono stato in visita nella città campana ed ho avuto l’occasione di visitare l’orto botanico dell’antica scuola medica salernitana (oltre al museo “Papi” e al museo virtuale). Durante la visita al “Giardino della Minerva”, così chiamato per la fontana della dea minerva, sita al suo interno, mi sono proiettato con la mente nel passato, durante una lezione di botanica. Il perfetto isolamento dell’ambiente dalla modernità dei nostri tempi, la vista sul mare, la grande varietà di “semplici” (specie vegetali con proprietà curative) hanno contribuito alla mia astrazione temporanea dalla “normalità” e mi hanno fatto rivivere una lezione di Matteo Silvatico (Salerno, 1285 – 1342) che in quel giardino stesso faceva le sue lezioni sulle caratteristiche delle piante ai suoi allievi aspiranti medici.

Attualmente si contano circa 280 specie diverse e l’obiettivo è quello di raggiungere le 400, quante ne erano presenti ai tempi di Silvatico, maestro della Scuola Medica Salernitana.

L’orto è organizzato seguendo la teoria dei quattro umori (sangue, flegma, bile gialla e bile nera), ognuno dei quali caratterizzato da due proprietà tra caldo, umido, freddo e secco. Per essere più precisi ogni pianta è collocata in una zona del giardino corrispondente alla proprietà curativa che possiede e alla sua gradazione. L’organo corrispondente alla terra (freddo e secco) è la milza perchè quando durante le battaglie si danneggiava il sangue che ne fuoriusciva diventava presto freddo e secco. L’organo corrispondente all’aria (calda e umida) era il sangue, quello corrispondente al fuoco (caldo e secco) era lo stomaco e quello corrispondente all’acqua (freddo e umido) era l’apparato urinario.

Link: https://serviziweb.unimol.it/pls/unimol/consultazione.mostra_pagina?id_pagina=8630

Benvenuto

Questo è un messaggio di benvenuto per i visitatori del mio blog. Solo adesso ho trovato l’occasione per aprire un blog anche se è da molto tempo che avrei voluto farlo. Spero che troviate interessanti gli argomenti trattati in queste pagine, riguardanti soprattutto temi scientifici e di cultura.