Candidatura al #CNSU2013

Cari amici,
con questo breve post voglio annunciarvi la mia candidatura al Consiglio Nazionale degli Studenti Universitari (CNSU).
Ho dedicato questa pagina per raccogliere delle riflessioni sull’Università, in vista di questa importante tappa.
Vi consiglio di darci un’occhiata.
A presto!

Sul calo delle immatricolazioni all'Università, l'uso (in)appropriato della statistica

Il CUN, Consiglio Nazionale dell’Università, in data 30 gennaio, ha pubblicato sul proprio sito un documento intitolato Dichiarazione del CUN “Le emergenze del sistema”, nel quale si dichiarava:

Diminuzione delle immatricolazioni. A fronte dei dati precedenti, è particolarmente preoccupante la tendenza, emersa negli ultimi anni, a una non trascurabile flessione delle immatricolazioni. Secondo i dati MIUR (Anagrafe Nazionale degli Studenti), gli immatricolati sono scesi da 338.482 (nel 2003-2004) a 280.144 (nel 2011-2012), ciò che significa un calo di 58.000 studenti pari al 17% degli immatricolati del 2003, come se in un decennio fosse scomparso un Ateneo grande come la Statale di Milano con tutti i suoi iscritti. La diminuzione degli immatricolati è solo in minima parte compensata dalle iscrizioni di studenti stranieri, il cui numero, nel periodo 2003-2012, ha conosciuto una crescita costante, passando da 8.252 a 11.510.

Da questa dichiarazione è scaturito un susseguirsi di articoli di giornali e dichiarazioni, che ha destato, spero, in chi mastica qualcosa di metodo scientifico o di statistica, almeno un po’ di prurito, visto che si presentano dei dati aggregati e puri, nemmeno aggiustati per qualche paramento. In altri termini è come dicevano le maestre delle scuole elementari sommare patate e cipolle! Consentitemi l’esemplificazione.

Ma andiamo al dunque e spieghiamo come stanno realmente le cose. Prendendo, dalla stessa fonte del CUN, ovvero dall’Anagrafe Nazionale Studenti del Ministero dell’Istruzione, i dati sulle immatricolazioni dal 1993 al 2011, questa volta raggruppati per area, notiamo i seguenti cali in percentuale:
Area sanitaria: 22,11
Area scientifica: 2,77
Area Sociale: 21,37
Area Umanistica: 27,35

Prima un’analisi flash sul dato dell’area sanitaria, poi una riflessione più generale. L’effetto su quest’area è presumibilmente determinato dall’introduzione dell’accesso programmato, più che a una disaffezione alle materie medico-sanitarie.

Da dove viene fuori il 17% fornito da CUN? Bene è una sorta di effetto combinato di questi numeri, che tiene conto anche e soprattutto del “peso” di ciascuno.

Già distinguendo i dati per area ci si può fare un’idea del motivo per il quale il calo riguardi alcuni settori e non altri, probabilmente sarà per il “potere occupazionale” dei titoli. Gli stessi dati si possono poi dividere per area geografica, o per tanti altri paramenti.

Ci si può fare inoltre e soprattutto un’idea di come è meglio utilizzare la statistica e sorge il dubbio che esperti Ministeriali speculino sul suo utilizzo inappropriato, forse per alimentare il dibattito sul tema, ma è un modo assolutamente poco professionale e qualificato per farlo.

Sulle motivazioni che avrebbero determinato questo calo si sono subito cimentati i giornalisti, che non hanno troppo tempo per approfondire l’argomento, quanto piuttosto hanno fretta di chiudere il pezzo bomba per l’edizione subito prossima.
Subito si è puntato il dito sulla diminuzione dei finanziamenti al sistema universitario, al calo dei docenti, all’inefficienza del sistema scolastico e chi più ne ha più ne metta. Senza mai individuare una correlazione diretta con qualche valenza scientifica. Pochi o forse nessuno ha tenuto conto del fatto che studiare all’Università materie umanistiche è meno intelligente che farlo da autodidatti a casa propria. Non si è tenuto conto che molti scelgono di recarsi all’estero per studiare o che è tutto sommato più utile inserirsi col diploma, anziché con la laurea, nel mondo del lavoro perché la laurea non rappresenta un vantaggio nelle valutazioni.

Premiando il merito si premia l'Università

Torno nuovamente sull’ormai famoso Decreto 68/12, quello che ha determinato il raddoppio della tassa regionale sul Diritto allo Studio Universitario.

Il Consiglio dei Ministri si era dato novanta giorni di tempo per emanare ulteriori decreti attuativi, sia riguardo la definizione dei LEP (livelli essenziali delle prestazioni) per l’accesso alle borse di studio, sia riguardo i criteri e le modalità di ripartizione del fondo integrativo statale. Ne sono passati novantatre, ma ancora nulla di fatto.

A parte la questione del ritardo del Governo sugli ulteriori decreti attuativi, intervengo per segnalare un’opportunità da cogliere al volo, data da questo decreto alle Università e alle Regioni.
All’art.18 il decreto definisce le tre fonti di finanziamento per le borse di studio date rispettivamente:

  1. dal gettito derivante dalla tassa regionale applicata agli studenti;
  2. da una parte statale
  3. e da una parte regionale.

Quest’ultima parte, a carico delle Regioni, deve essere almeno il quaranta per cento di quella statale. L’opportunità è data dal comma 3 dello stesso articolo che cito testualmente:

” 3. L’impegno delle regioni in termini maggiori rispetto a quanto previsto al comma 1, lettera c), e’ valutato attraverso l’assegnazione di specifici incentivi nel riparto del fondo integrativo statale di cui al comma 1, lettera a), e del fondo per il finanziamento ordinario alle universita’ statali che hanno sede nel rispettivo contesto territoriale.”.

Questo significa che se la Regione intervenisse in misura superiore al quaranta per cento, sarebbero previsti incentivi sul fondo integrativo statale e, cosa forse più importante, sul fondo ordinario, il famigerato FFO. Non è un buon motivo questo per prevedere un sostanzioso contributo regionale per il diritto allo studio universitario?

Ho provato a fare dei conti molto grossolani per ipotizzare a quanto dovrebbe ammontare la parte di fondo statale per il Molise. Il fondo totale, per quest’anno, è di 175 milioni. In Italia ci sono circa un milione e mezzo di studenti, in Molise circa 8mila. Se la ripartizione fosse fatta sul numero degli studenti, la parte del fondo statale destinata al Molise sarebbe di circa un milione di euro. La Regione per “mettersi a norma” dovrebbe stanziare circa 400mila euro. Se ne stanziasse di più, cosa immagino possibile, ne deriverebbe innanzitutto un vantaggio diretto sul sistema universitario, per le ovvie conseguenze di un aumentato finanziamento al sistema assistenziale, poi ci sarebbe un vantaggio di ritorno dato dagli incentivi previsti dal comma su citato che comporterebbero un aumento del finanziamento ordinario destinato agli atenei.

Tassa regionale e livelli essenziali delle prestazioni

Al rientro dalla pausa estiva, gli studenti e le loro famiglie hanno trovato come sorpresa l’aumento dell’importo della tassa d’iscrizione all’università. Agli aumenti delle tasse dei singoli Atenei, infatti, si aggiunge l’aumento della tassa per il Diritto allo Studio Universitario, stabilita dal Governo Nazionale in 140 euro per tutte le Regioni e le Provincie Autonome.
L’aumento della tassa regionale, non imputabile in nessun modo alle singole Università o ai singoli Governi Regionali, sia secondo i maggiori sindacati studenteschi sia secondo diversi amministratori locali e accademici, è stato imposto in maniera troppo brusca, in assenza di un adeguato contesto di norme, di valutazioni e di consultazioni. C’è bisogno di maggiore concertazione tra gli Atenei, le Regioni ed il Governo e di maggiori momenti di confronto, altrimenti si rischia che l’istruzione universitaria diventi un bene per pochi, più di quanto non lo sia già adesso.
L’unico dato positivo di quest’aumento è che potrà essere aumentata anche la disponibilità di risorse che le Regioni potranno investire nel Diritto allo Studio Universitario. In Molise, ad esempio, si sta discutendo sulla possibilità di erogare a tutti gli studenti un buono acquisto, per ‘restituire’ una parte di quell’aumento, che ha fatto letteralmente cadere dalle nubi famiglie, organi accademici e amministratori locali.
L’aumento più significativo è in Campania e Sardegna (da 62 euro a 140), quello minore invece a Bolzano, con un aumento di 7,50 euro. L’aumento medio in Italia è del 52% (vedi tabella).
Il decreto del Governo n. 68 del 2012, oltre che la possibilità di stabilire l’importo minimo in 140 euro per tutti gli studenti, dà anche la possibilità alle Regioni di creare tre fasce di contribuzione, con importi minimi di 120, 140 e 160 euro, a seconda del reddito. Nessuna Regione ha potuto però optare, almeno per quest’anno, per la divisione in fasce, sostanzialmente per due motivi. Il primo, di tempo, perché dall’entrata in vigore del decreto le Regioni hanno avuto solo 15 giorni per emanare una legge. A cinque giorni dall’entrata in vigore, le Regioni hanno chiesto all’unanimità di procrastinare l’aumento della tassa al 2013 per mancanza di tempo, ma il Governo, a stretto giro di posta, ha fatto sapere che non era possibile accogliere tale richiesta, anche perché il decreto era già entrato in vigore. L’altro motivo di impossibilità di recepire la divisione in fasce è di ordine strettamente tecnico. Le fasce devono essere divise in base ai ‘lep’ (livelli essenziali delle prestazioni) relativi al diritto allo studio, che secondo costituzione, devono essere regolamentati da un decreto del Governo, che ancora non c’è.
Occorre adesso dare seguito agli impegni sulla definizione dei lep per il prossimo triennio. Entro il 15 settembre dovrebbe essere emanato un decreto di determinazione dell’importo della borsa di studio, che tamponerebbe, soltanto momentaneamente, la mancanza di definizione precisa del riparto del fondo nazionale, dei requisiti di eleggibilità, oltre che degli importi per l’accesso alle borse di studio, da stabilire con un altro decreto entro il 15 giugno del 2013. Quasi un anno dunque per promuovere il confronto tra ministeri dell’Istruzione e dell’Economia e delle Finanze, Conferenza Stato-Regioni e tutti i protagonisti del mondo universitario, sulla determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni. Fino ad ora sono già stati definiti in maniera molto precisa i lep per gli studenti universitari, che comprendono oltre ai servizi abitativi, di ristorazione e di assistenza sanitaria, i servizi di orientamento e tutorato, attività a tempo parziale, trasporti, mobilità internazionale e accesso alla cultura. Molti, probabilmente tutti, i fattori presi in considerazione, ma la cinghia si stringe per quanto riguarda il merito, infatti a fronte di una progressiva diminuzione dei finanziamenti e di un aumento del costo degli studi, i requisiti di merito aumentano proporzionalmente, cosicché soltanto i ‘meritevoli’ potranno aver accesso alle agevolazioni, tenendo di fatto fuori tutti gli studenti che per vari motivi non dovessero progredire negli studi nei tempi minimi e con risultati ottimi.

Aumento della tassa regionale per il diritto allo studio

Questo breve post è scritto con l’intento di fare chiarezza sull’aumento della tassa regionale sul diritto allo studio. Si stanno rincorrendo una miriade di voci contro i Governi Regionali, quando invece  a stabilire la ri-determinazione della tassa è un provvedimento imposto dal Governo Nazionale.
Per chiarezza incollo prima il testo in questione:

” Le regioni e le province autonome rideterminano l’importo della tassa per il diritto allo studio articolandolo in 3 fasce. La misura minima della fascia piu’ bassa della tassa e’ fissata in 120 euro e si applica a coloro che presentano una condizione economica non superiore al livello minimo dell’indicatore di situazione economica equivalente corrispondente ai requisiti di eleggibilita’ per l’accesso ai LEP del diritto allo studio. I restanti valori della tassa minima sono fissati in 140 euro e 160 euro per coloro che presentano un indicatore di situazione economica equivalente rispettivamente superiore al livello minimo e al doppio del livello minimo previsto dai requisiti di eleggibilita’ per l’accesso ai LEP del diritto allo studio. Il livello massimo della tassa per il diritto allo studio e’ fissato in 200 euro. Qualora le Regioni e le province autonome non stabiliscano, entro il 30 giugno di ciascun anno, l’importo della tassa di ciascuna fascia, la stessa e’ dovuta nella misura di 140 euro. Per ciascun anno il limite massimo della tassa e’ aggiornato sulla base del tasso di inflazione programmato.”.

Questo è il testo del comma 8 dell’art. 18 del decreto delegato del 29 marzo 2012, n.68, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 31 maggio e che entrerà in vigore il 15 giugno. Link al testo del decreto.

È d’obbligo quindi riassumere prospettando due possibili scenari:

  • Le Regioni si adeguano stabilendo le tre fasce, al minimo di importi 120, 140 e 160 euro a seconda del reddito e comunque rimanendo nel limite massimo di 200 euro.
  • Le Regioni non fanno in tempo ad adeguarsi entro il 30 giugno e si applica automaticamente una tassa di 140 euro per tutti, senza fasce.

Vorrei dire, inoltre, che potremmo organizzarci, in tutta Italia, per chiarire la legittimità dell’atto, ovvero, sia se il Governo ha competenza in materia di contributi regionali, sia se il decreto legislativo era l’opportuna forma di legge per redigere l’atto. Attendo pareri in merito per organizzare un eventuale ricorso.

Bologna Process: il “dietro le quinte” del nostro sistema universitario compie 10 anni.

Alla base dell’attuale sistema universitario basato sul “3+2”, c’è un processo internazionale di convergenza delle riforme universitarie chiamato Processo di Bologna. L’Europa della conoscenzaè diventato obiettivo primario dell’Unione Europea nei Consigli degli ultimi dieci anni, ma esempi di cooperazione culturale nel campo dell’istruzione da parte di Paesi europei possiamo ritrovarli già nella storia antica. La novità dei nuovi programmi di cooperazione è la multilateralità, infatti prima esistevano soltanto programmi bilaterali tra due Stati o due Università. Il 25 maggio del 1998 Luigi Berlinguer firmò la Dichiarazione della Sorbona insieme ai ministri dell’istruzione di Francia, Germania eRegno Unito, primo passo verso il moderno sistema universitario, che gettò le basi peril percorso in due cicli principali, la mobilità internazionale, il sistema dei credici ECTS e per lo Spazio Europeo dell’Istruzione Superiore (SEIS). Le conclusioni della Dichiarazione invitavano gli altri Stati a partecipare alla formazione di questo Spazio. Nel 1999, 26 Paesi raccolsero l’invito e con la sottoscrizione della Dichiarazione di Bologna si dava inizio al Processo che si poneva per obiettivo principale la costituzione dello SEIS entro il 2010 per consentire una facile mobilità tra gli Stati aderenti. Inoltre si è lavorato su un effetto “esterno” delle riforme come aumento della capacità di attrazione dell’istruzione europea nei confronti dei Paesi extra-europei e l’offerta di una base di conoscenze di alta qualità per assicurare ai cittadini europei competitività nei mercati stranieri.

È importante sottolineare che i Trattati del processo di Bologna non hanno un carattere vincolante, cioè rimane a discrezione di ogni Stato, con le proprie strutture nazionali, il recepimento delle indicazioni internazionali.

I Ministri dell’Istruzione dei paesi partecipanti si incontrano ogni due anni per valutare i risultati raggiunti, formulare ulteriori indicazioni e stabilire le priorità per il biennio successivo. Riuniti a Lovanio, nel 2009 hanno preso atto dei risultati ottenuti dal Processo di Bologna e stabilito le priorità dello SEIS per il futuro. La prossima riunione è stata fissata per il 26-27 aprile 2012 a Bucarest.

Cosa è stato fatto finora (fonte: Focus on Higher Education in Europe 2010: The Impact of the Bologna ProcessEACEA P9 Eurydice)

lStruttura in tre cicli: è in teoria completamente attuata tranne che per i corsi in medicina, architettura e ingegneria. La struttura in due cicli di 180 + 120 crediti ECTS (3+2 anni) è predominante in 17 Paesi e in altri 22 è stato applicato(voto 7);

lSistema europeo di accumulazione e trasferimento dei crediti (ECTS): adottato in quasi tutti i Paesi, sul piano formale, la velocità di sviluppo del sistema europeo di accumulazione e trasferimento dei crediti è stata incredibile (voto 9);

lSupplemento al diploma: questo stumento non è stato reso obbligatorio in tutti i Paesi e dove è stato fatto non è sfruttato a pieno (voto 5);

lQuadri nazionali delle qualifiche (EQF): pochi paesi hanno un EQF operativo al 2010 (molti prevedono di realizzarlo entro il 2012), ma i progressi registrati in questo ambito sonosignificativi (voto 7,5);

lMobilità e la portabilità degli aiuti economici per gli studenti è difficilmente valutabile per mancanza di dati. Quel che è sicuro è che i programmi di mobilità sono poco conosciuti (voto 6 politico).

La formazione di un medico “umano”

sismFormare un medico “completo” è una delle maggiori sfide delle Facoltà di Medicina. Dal 1986 ad oggi, in Italia, si sono susseguite quattro importanti riforme dei modelli didattici, non sempre al passo con gli enormi progressi della pedagogia medica. La ristrutturazione dell’educazione medica può funzionare solo se si riformano contemporaneamente tre componenti: il curriculum, le strategie di insegnamento per un efficace apprendimento e la valutazione.

  1. Per quanto riguarda il curriculum, l’Associazione delle Facoltà di Medicina Americane (AAMC) ha individuato cinque ruoli principali per il medico: “life-long learner”, clinico, insegnante/comunicatore, ricercatore e “manager”. Inoltre, il General Medical Council del Regno Unito suggerisce che dovrebbe essere posta più attenzione su problemi e concetti etici, sulle skills di comunicazione e sulle scienze sociali, anticipando il contatto dello studente con i pazienti e le loro famiglie. Di supporto a questa idea c’è la dichiarazione di D.J. Weatherall, professore di Medicina Interna all’Università di Oxford: “due anni passati in compagnia di un cadavere non sono l’introduzione più immaginativa a una professione, che più di qualsiasi altra, necessita di sviluppare le abilità di conversazione con gente malata”.
  2. Secondo Ralph W. Tyler, “l’apprendimento dipende da quello che lo studente fa, attraverso il suo comportamento attivo, non dal docente”, ma in Italia ancora si assiste ad un tipo di didattica frammentaria teacher-centered e non globale student centered. Ogni studente dovrebbe sviluppare capacità ed abilità che vanno al di là delle mere informazioni, che tra l’altro inevitabilmente diventano obsolete per la rapidità dell’evoluzione delle scienze mediche.
  3. Alfred Tenore, presidente della Commissione didattica della Facoltà di Medicina di Udine, scrive che un obiettivo principale degli educatori è “il superamento del concetto negativo di valutazione, cambiando la cultura stessa della valutazione concependola come momento informativo, che aiuta gli studenti a migliorare il proprio lavoro, con l’obiettivo non di essere migliore degli altri ma di essere oggi migliori di ieri”.

In accordo con quanto stabilito dalle leggi nazionali in materia di umanizzazione della didattica, la Facoltà di Medicina di Campobasso prevede insegnamenti di sociologia medica, bioetica e relazione medico-paziente.

Per capire l’importanza delle “medical humanities” ho intervistato Andrea Scicolone, studente di medicina a Genova e referente del SISM (Segretariato Italiano Studenti in Medicina) nel gruppo “innovazione pedagogica” della Conferenza Permanente dei Presidenti dei Corsi di Laurea in Medicina, che dice: “Una preparazione sugli aspetti bio-psico-sociali della medicina oggi è indispensabile per la formazione di un medico migliore. Un medico formato per una corretta relazione con una persona malata risulta molto più apprezzato dai pazienti, raggiunge migliori risultati terapeutici ed è minormente soggetto a contenziosi legali”.

La Scuola Medica Salernitana

smsTutti sappiamo che a Salerno nacque la prima “scuola per medici” della storia, ma è difficile immaginare cosa ci sia rimasto da poter apprezzare dopo circa un millennio. Qualche giorno fa sono stato in visita nella città campana ed ho avuto l’occasione di visitare l’orto botanico dell’antica scuola medica salernitana (oltre al museo “Papi” e al museo virtuale). Durante la visita al “Giardino della Minerva”, così chiamato per la fontana della dea minerva, sita al suo interno, mi sono proiettato con la mente nel passato, durante una lezione di botanica. Il perfetto isolamento dell’ambiente dalla modernità dei nostri tempi, la vista sul mare, la grande varietà di “semplici” (specie vegetali con proprietà curative) hanno contribuito alla mia astrazione temporanea dalla “normalità” e mi hanno fatto rivivere una lezione di Matteo Silvatico (Salerno, 1285 – 1342) che in quel giardino stesso faceva le sue lezioni sulle caratteristiche delle piante ai suoi allievi aspiranti medici.

Attualmente si contano circa 280 specie diverse e l’obiettivo è quello di raggiungere le 400, quante ne erano presenti ai tempi di Silvatico, maestro della Scuola Medica Salernitana.

L’orto è organizzato seguendo la teoria dei quattro umori (sangue, flegma, bile gialla e bile nera), ognuno dei quali caratterizzato da due proprietà tra caldo, umido, freddo e secco. Per essere più precisi ogni pianta è collocata in una zona del giardino corrispondente alla proprietà curativa che possiede e alla sua gradazione. L’organo corrispondente alla terra (freddo e secco) è la milza perchè quando durante le battaglie si danneggiava il sangue che ne fuoriusciva diventava presto freddo e secco. L’organo corrispondente all’aria (calda e umida) era il sangue, quello corrispondente al fuoco (caldo e secco) era lo stomaco e quello corrispondente all’acqua (freddo e umido) era l’apparato urinario.

Link: https://serviziweb.unimol.it/pls/unimol/consultazione.mostra_pagina?id_pagina=8630